Anna Maria Bianchi: “Siano Primarie aperte”

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Ha cominciato a mettersi lentamente in moto tutto l’ambaradan delle elezioni comunali (e municipali), previste per la primavera prossima a Roma. Fa impressione che, per quanto riguarda il centrosinistra, tutto avvenga secondo il copione di sempre, come se in questi anni non fosse successo nulla. Con il solito dibattito sulle alleanze – fronte quanto largo? con o senza società civile ?- , sui candidati – i totonomi dei sondaggi – e, nel migliore dei casi, sui “programmi”, “sulle idee”, sulla “visione della città”.

Come se non avessimo già visto scorrere fiumi di inchiostro reale e virtuale per programmi fatti con lo stampino che finiscono nei cassetti alla velocità della luce, come se non sapessimo che quasi sempre  le decisioni sui candidati si prendono nelle stanze dei vertici, e  che si punta  sui nomi considerati più “affidabili” per i partiti piuttosto che sui più adatti a traghettare verso la salvezza la nostra città.

E sento già echeggiare i discorsi con l’indice alzato verso quegli elettori che insistono a volere una sinistra democratica ispirata ai valori della sinistra democratica, la centralità dell’interesse pubblico, della lotta alle disuguaglianze, dell’ambiente: o mangi questo centrosinistra o salti dalla finestra,  nelle braccia della peggiore destra. 

Corollario: se vince la destra la colpa non è del centro sinistra, che da decenni, che sia al governo o all’opposizione, ha abbandonato il suo elettorato per rincorrere un fantomatico elettorato “moderato” (o peggio), regalando frotte di elettori al M5S o all’astensionismo: no, è colpa di quelli che non hanno seguito obbedienti le indicazioni del PD o degli altri partiti dell’area affine.

Eppure, in questi anni di cose ne sono successe tante, che avrebbero dovuto spingere a  un radicale cambiamento di registro,  nel centro sinistra nazionale come in quello della Capitale:  un sindaco mandato a casa con le firme dal notaio di consiglieri del suo partito, e, ancora prima, la vittoria di un sindaco di destra dopo un quindicennio di centro sinistra che gli aveva regalato la rabbia delle periferie. E,  “en passant” , indagini giudiziarie su un “mondo di mezzo” che ha portato  a qualche condanna di politici  ma che soprattutto  ha lasciato  una scia di intercettazioni penalmente irrilevanti ma politicamente piuttosto imbarazzanti.   

Il centrosinistra, almeno visto dall’esterno, in tutto questo non ha fatto neanche un plissé. Nessun dibattito, nessuna autocritica, anzi, continuano a essere sulla breccia quasi tutti  gli stessi.   La classe politica cambia posti ma resta sempre al suo posto.

Ma a questo punto le chiacchiere stanno a zero.

O il centro sinistra – anche certa sinistra – cambia davvero, e ritrova la sua anima coraggiosamente rivoluzionaria o quantomeno riformista, lasciandosi alle spalle la gestione più o meno decente dello status quo,  la navigazione  a vista per evitare conflitti  e conservare consensi (soprattutto del mondo economico imprenditoriale), e  restare  a galla fino alle elezioni successive.

 O non ci sarà paura della destra che tenga. Lo dimostrano i risultati elettorali degli ultimi anni, e quella corona di periferie (con alcune virtuose eccezioni) che guarda  con diffidenza, anche con ostilità, a quel centro dove i privilegiati votano per un partito sempre più schierato con i privilegiati.

In questo scenario, anche le primarie non garantiscono nulla. Troppo spesso sono state  un passaggio da assolvere pochi mesi prima delle elezioni per infiammare la competizione elettorale, al massimo  per verificare i “pesi” dei partiti e dei candidati in vista degli equilibri della fase successiva.

E il  rischio è che siano una mera  passerella di nomi più o meno  famosi – facce da telegiornali e talk show- di cui la gente non conosce veramente né i percorsi né le scelte, ma solo come parlano e se dicono cose apparentemente ragionevoli (cose che poi magari non corrispondono affatto  a quanto effettivamente promosso  nei vari ruoli ricoperti).

Ma anche se  non sono la panacea, le primarie sono  “il minimo sindacale”, non solo per la possibilità offerta agli elettori – iscritti, simpatizzanti, “ex” delusi ma non del tutto – di scegliere il candidato Sindaco. Anche per capire quanto i partiti facciano sul serio. Se  davvero intendono voltare pagina con il passato, e  avviare un dibattito – interno ed esterno – democratico e allargato. Lontano dalle logiche che premiano i soliti nomi della nomenklatura, ma anche dall’illusione dei “volti nuovi” di volenterosi emergenti che non hanno alcuna esperienza di amministrazione né di conoscenza dei problemi delle persone e dei territori.

Certo, le primarie devono essere aperte a tutti, esponenti di  partiti, navigati ed emergenti,   e “outsiders”. Io, da donna di sinistra senza appartenenze, mi  auguro primarie aperte soprattutto a persone autorevoli della società civile,  donne o  uomini in carne e ossa, che si presentano con il loro vissuto, la loro esperienza, le loro competenze, le loro scelte passate, il contributo effettivamente dato alla città. 

Non  si possono costruire e valutare programmi  senza sapere quali saranno le gambe che dovranno portarli avanti. E soprattutto servono le gambe e la faccia di qualcuno che dica la verità, che non elargisca facili illusioni per un consenso un tanto al chilo, ma che abbia dimostrato e dimostri con i fatti, con la sua vita, con le sue scelte di ogni giorno, da che parte sta. 

Questo mi aspetto dalle primarie. Un primo segnale che si vuole fare sul serio per la nostra città.

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