Le Primarie a Roma sono solo l’inizio

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Le Primarie, a Roma, riguardano molto di più della scelta di un candidato Sindaco. Sono uno spartiacque, un sentiero che si biforca e che porta a due identità, prospettive e compagni di strada molto diversi, anzi, opposti.

Le primarie a Roma sono l’ultimo treno di un centro sinistra e di un partito – il Partito Democratico – che da anni ha perso il contatto con quella che una volta si definiva “base” e che oggi è il suo elettorato. Il suo “zoccolo duro” si è assottigliato come il permafrost e  soprattutto ha cambiato natura, con votanti che provengono essenzialmente dalle classi più agiate; i suoi interlocutori, che dovrebbero essere i giovani, le donne, i lavoratori, i disoccupati, i cittadini delle zone più periferiche, sono diventati principalmente le cosiddette “forze produttive” e le tante categorie con i loro particolari interessi; il suo orizzonte, archiviata come utopia l’ambizione a un mondo migliore, si è per lo più dissolto nella mera gestione di poteri e nell’infinita proroga dello “status quo”; la sua scarsa linfa vitale si sta esauendo nell’estenuante contendere dei suoi moti interni. Un pallido simulacro del passato, che gli slogan e i riti non riescono più a vivificare. Ma tutto questo l’ho già detto.

Quanti iscritti, militanti, simpatizzanti hanno abbandonato il partito in questi anni? Quanti elettori hanno scelto di non andare più a votare, o di scegliere un altro partito, spesso molto distante, mossi dalla speranza di uno scossone salutare? Quanto sono costate le mancate autocritiche,  il progressivo restringimento del dibattito, esterno ed interno, alle sole voci del coro?

Un partito o un movimento non si scelgono come una marca di detersivo, grazie a uno slogan o a un testimonial azzeccato – almeno non a sinistra -,   si valutano  per la loro credibilità e per la credibilità delle persone che li rappresentano. E la credibilità non si compra, si conquista. Con gli atti, con le proposte, con il lavoro sul territorio e con la coerenza con i valori sbandierati.

Oggi il Partito Democratico, non solo a Roma, si trova a un bivio, e le primarie per il candidato Sindaco sono il primo indicatore  della strada che sarà scelta:  quella che continua a seguire il modello con cui a Roma – e in Lazio – il PDS-DS-PD e suoi sodali hanno governato o sono stati all’opposizione negli ultimi vent’anni, o quella che intende rimettere in discussione radicalmente il sistema di potere in cui si è progressivamente  immerso?

Se non viene fatta questa scelta a monte, tutto il resto diventa un rito inutile.

Se le primarie non si faranno, e saranno i vertici del partito a scegliere il candidato Sindaco, sarà la prova provata che il PD si è trasformato definitivamente in un partito come tutti gli altri. Il “meno peggio” , quello che si vota solo per salvarci da Salvini e Meloni, in una guerra già persa non per la forza degli avversari ma per la mancanza di coraggio e di passione delle forze democratiche. Ma anche se le primarie si faranno, ma tirando fuori dal cappello i nomi di alcuni “big” del partito, magari affiancati da qualche outsider, tanto per assolvere a un dovere, il risultato non sarà molto diverso.

Le primarie a Roma  devono essere  la premessa e la cinghia di trasmissione del cambiamento da troppo tempo atteso, che passa da  un percorso collettivo, che unisce classe politica e società civile, ma non per scrivere  programmi – che valgono l’intervallo della campagna elettorale  – e nemmeno  per accaparrarsi qualche candidato prestigioso da esibire come campione “fuori dai giochi”.

Questa volta si deve ripartire da zero, con un dibattito pubblico e trasparente, in tutti i territori, con una chiamata all’impegno dei tanti che si sono persi per strada o che la strada non l’hanno ancora trovata, ma che sono tutti lì. Basta vedere la risposta entusiasmante alle mobilitazioni delle Sardine o di Friday for Future. Passioni che non devono fare la fine delle tante ondate ricorrrenti nate nella società civile, infrante sull’impermeabilità dei partiti, nè essere indirizzate al sostegno acritico di vecchi arnesi della politica  con una carriera lastricata di realpolitik che niente ha a che fare con le speranze di oggi.

Questa volta serve un dibattito vero e sincero, che non abbia paura di  riconoscere gli errori fatti e di rispondere alle critiche, passaggio obbligato per qualsiasi rinascita. Costruendo  un percorso che  sappia valorizzare donne e uomini nuovi, che abbiano alle spalle non un passato nella nomenklatura  – con carriere pluriennali consumate tra governi, istituzioni, fondazioni, enti ecc – ma una esperienza tangibile di impegno nei territori, nel sociale, in formazioni plurali, democratiche, costruttive.

La lezione del Covid ha reso ancora più evidente cosa è importante e cosa non lo è, nelle nostre vite quotidiane e nel nostro essere nel mondo.  Ci ha mostrato cosa è diventata la politica, svuotata dai valori che dovrebbero esserne il fondamento. E come ci siamo assuefatti a una realtà che ci hanno fatto credere l’unica possibile. Ma ci ha anche  rivelato che ci sono mondi e persone solidali proprio dietro l’angolo, molto più serie e determinate di quelli che si affidano alle trovate degli uffici comunicazione.

Non siamo più i cittadini che scelgono il candidato  sulla base dei bei discorsi, o il partito sulla base di programmi che niente hanno a che fare con quanto è stato fatto e sarà fatto: vogliamo sapere e capire, vogliamo poterci fidare.

Roma è una città ferita, dove molte persone hanno perso ogni speranza nella politica e nelle istituzioni, sempre più immerse nell’”ognuno per sè”. Riannodare il dialogo perso da tempo vuol dire affrontare un’impresa quasi impossibile, ma che si può tentare solo buttando il cuore oltre l’ostacolo insieme a chi continua testardamente a voler attuare i valori della nostra Costituzione:  l’uguaglianza, la dignità, la memoria, il nostro patrimonio collettivo, l’eredità per le prossime generazioni.

Diceva Tom Benetollo che “…qualcuno di noi, nel suo piccolo,
è come quei “lampadieri” che, camminando innanzi, tengono la pertica rivolta all’indietro, appoggiata sulla spalla, con il lume in cima. Così, il “lampadiere” vede poco davanti a sé, ma consente ai viaggiatori di camminare più sicuri…”

Ecco, in questa notte scura, ci aspettiamo che il PD, e tutti i partiti e i movimenti che hanno a cuore il nostro destino comune, accendano le proprie lampade. E che tanti si facciano lampadieri, per avventurarsi  insieme su strade nuove, che poi tanto nuove non sono, perchè sono state tracciate da chi ha lottato per la nostra democrazia e per un Paese più giusto, e che ancora aspetta di veder compiuto quanto sognato tanto tempo fa.

Una scelta impegnativa, ma non più rinviabile, che comincia anche dalle primarie.

Anna Maria Bianchi Missaglia

4 thoughts on “Le Primarie a Roma sono solo l’inizio

  1. Sono assolutamente d’accordo. Con le primarie aperte il PD romano ha ancora la possibilità di ricongiungersi con quell’elettorato che, dopo Mafia capitale, la vergognosa faccenda del sindaco Marino e la gestione autoritaria quanto inconcludente del commissario Orfini, lo ha abbandonato.
    Bisogna solo avere coraggio. Ma, come diceva don Abbondio, “se uno il coraggio non ce l’ha, non se lo può dare”.
    Stiamo a vedere.

  2. Un articolo da metterci la firma sotto. Grazie per aver espresso con tale chiarezza anche i miei pensieri (che trovo specchiati in ogni singolo paragrafo).

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